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ray_bradbury7 giugno 2012
Addio a Ray Bradbury
L'uomo che immaginò un mondo senza libri se ne va mentre il mondo s'interroga sul futuro dell'editoria. È morto oggi a Los Angeles a 91 anni Ray Bradbury, profondo innovatore del genere fantascientifico noto soprattutto per il bestseller «Fahrenheit 451» dal quale Francois Truffaut trasse il celebre film.


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La notizia si è diffusa attraverso Twitter, uno strumento che neanche la sua fervida immaginazione era arrivata a concepire: «Il mondo ha perso uno dei migliori scrittori che si siano mai conosciuti e uno degli uomini più cari al mio cuore. Riposa in pace Ray Bradbury, vecchio nonno», ha cinguettato sul suo profilo il nipote Danny Karapetian.
Il tweet è stato subito ripreso da una serie di blog per poi acquisire l'aura dell'ufficialità con le uscite dei siti web del Los Angeles Times e del National Post. Un artigiano della parola. La sua carriera rende lustro all'America intesa come «terra delle opportunità». Perché Bradbury è uno che ha fatto tanta strada, prima di «farcela». Nacque nell'Illinois, a Waukegan, da un operaio di origini svedesi attivo per un'azienda di telecomunicazioni. Quand'era ragazzino divorava i libri di Edgar Allan Poe, H. G. Wells e Jules Verne, padri indiscussi della letteratura fantascientifica e horror. E si vede. Sui quei libri si rovinò gli occhi, tant'è vero che, compiuta la maggiore età, fu respinto alla visita di leva e si risparmiò la tragedia della Seconda guerra mondiale. Esperienza che invece, per il «collega» Kurt Vonnegut, un autore da lui molto diverso, si rivelerà fondamentale. A partire dalla fine degli anni Trenta, Bradbury si dedicò così anima e corpo alla scrittura di fantasia, pubblicando racconti brevi per riviste specializzate. Per cominciare a guadagnare qualcosa, in ogni caso, dovrà aspettare il 1941, quando il magazine pulp «Super Science Stories» gli stacca un assegno di 15 euro per il racconto «Pendulum» scritto a quattro mani con Henry Hasse.
Al professionismo ci arriva l'anno successivo ma la sua prima raccolta di racconti è datata '47 e porta il titolo di «Dark Carnival». Il successo delle «Cronache marziane». Il salto di qualità vero e proprio Bradbury lo compie nel '50, quando riunisce in un unico volume le sue «Cronache marziane» (in Italia usciranno nel '54): 28 racconti, molti dei quali già editi, incentrati su una colonizzazione prossima ventura del pianeta Marte da parte dei terrestri. Fatti che si svolgono dal gennaio del 1999 all'ottobre del 2026. E viene da sorridere per come Bradbury, sessanta e più anni fa, immaginava evoluta l'umanità arrivati a questo punto della storia. Il pubblico di mezzo mondo farà incetta di intere ristampe, qualche critico scomoderà parallelismi con i miti dell'antica Grecia, Bradbury entrerà in quella ristretta cerchia di scrittori di generi per cui il termine fantascienza sta stretto. «Fahrenheit», il libro dei libri. Il capolavoro indiscusso dell'arte di Bradbury resta in ogni caso «Fahrenheit 451», uscito negli States nel '53 e riproposto al pubblico italiano tre anni più tardi. Vi si immagina un mondo nuovo, se possibile più cupo di quello disegnato da Aldous Huxley e George Orwell prima di lui. Qui i libri sono ritenuti pericolosi, vengono messi al bando dall'ordine costituito e ai vigili del fuoco tocca il compito di non lasciarne neanche una traccia, bruciandoli alla temperatura di 451 gradi Fahrenheit. Nonostante tutto, nell'autore, alberga un po' di speranza: c'è spazio nel romanzo per una società segreta che salva i testi… imparandoli a memoria. Una parabola memorabile, almeno quanto il film che il profeta della Nouvelle Vague francese Francois Truffaut (grande amante dei libri e della fantascienza lui stesso) ne trarrà nel '66.
La fama internazionale. Dopo il successo di «Fahrenheit 451» Bradbury gode di notevole fama da un capo all'altro del pianeta. Come è successo a molti scrittori della sua generazione, viene chiamato a collaborare anche a Hollywood e per gli studios realizza la sceneggiatura di «Moby Dick», trasposizione su pellicola del capolavoro di Herman Melville a firma di John Houston. Non abbandona però la letteratura, come testimoniano «Il grande mondo laggiù», «Le meraviglie del possibile» e il giallo «Morte a Venice». È una leggenda vivente, tanto che nel 2004 l'allora presidente George W. Bush gli tributa la medaglia nazionale delle arti. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche, nella quale appare fisicamente provato e su una sedia a rotelle. Chissà se il mondo di domani sarà meglio o peggio di quello che lui immaginò sessanta anni fa. In ogni caso, qualcosa ci dice che malgrado tutto si continueranno a leggere i suoi libri. Francesco Prisco

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